«Nessuno è padrone del lavoro di un altro»: a Crespi d’Adda la CISL Lombardia dà voce a chi il caporalato lo ha vissuto
Dieci anni dopo la legge 199/2016, il convegno nel villaggio operaio racconta come lo sfruttamento si sia spostato dai campi alla logistica, ai cantieri, alle consegne.

Si è svolto ieri a Crespi d’Adda il convegno promosso dalla CISL Lombardia nel decennale della legge contro il caporalato. Un luogo scelto non a caso: il villaggio operaio simbolo dell’industria ottocentesca è servito a misurare quanto sia cambiato il lavoro, e quanto alcune ingiustizie siano invece rimaste.
Lo sfruttamento non è solo nei campi
Il segretario generale della CISL Lombardia, Fabio Nava, ha messo l’accento su un paradosso: oggi possiamo seguire una merce minuto per minuto, ma continuiamo a non vedere le condizioni di chi la produce e la consegna. Il caporalato, ha ricordato, non riguarda più soltanto l’agricoltura: edilizia, servizi e logistica sono terreni in cui lo sfruttamento può assumere forme nuove. Compito del sindacato è arrivare proprio lì, nelle situazioni che sfuggono.
Un sistema organizzato, non un caso isolato
Il dibattito, moderato dal giornalista Giampiero Rossi, è partito dalle inchieste del libro Sfruttamento made in Italy di Sara Monaci e Ivan Cimmarusti. Monaci ha spiegato che dietro il caporalato non c’è il singolo malintenzionato, ma una struttura costruita con competenze finanziarie e commerciali, sostenuta da consulenti e professionisti.
Le testimonianze: la voce della FIT CISL Lombardia
Tra le testimonianze anche quella di Alessandro Volpicelli, della FIT CISL Lombardia. A 23 anni lavorava nella logistica e non si considerava sfruttato: ogni mese due bonifici, uno per la busta paga e uno con la causale “acconto”, e gli straordinari pagati in contanti a fine turno. Gli sembrava una fortuna; in realtà quel sistema gli toglieva diritti e TFR. Oggi è sindacalista, e la sua storia mostra come lo sfruttamento possa nascondersi anche dietro una busta paga in apparenza regolare.
Accanto alla sua, altre voci: lavoratori reclutati all’estero per un cantiere milanese, con un terzo dello stipendio trattenuto per l’alloggio e turni di dieci ore anche il sabato; braccianti pagati 5 euro l’ora nelle campagne bresciane; migranti sfruttati dai propri connazionali appena arrivati in Italia. E chi sbarca a Lampedusa e poche ore dopo si ritrova a fare il rider in Piemonte, con telefoni e bicicletta forniti dal caporale, senza conoscere la lingua né il codice della strada.
Il filo comune è la solitudine: la paura che denunciare significhi perdere l’unico reddito. È lì che il sindacato fatica di più ad arrivare, ed è lì che deve arrivare.
Fumarola: i diritti si scrivono nei contratti
A chiudere è stata la segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola. Il lavoro povero, ha detto, nasce dal nero e dal grigio: straordinari non pagati, part-time involontario, false cooperative, finte partite IVA e contratti pirata. Un salario minimo per legge, secondo la CISL, non risolve questi problemi e rischia di peggiorarli.
Crespi, ha ricordato, è l’immagine di un’epoca in cui la dignità del lavoratore dipendeva dalla benevolenza del padrone. Il sindacato è nato per cambiare questo: «i diritti non si ricevono come un dono, ma si scrivono nei contratti». Infine un appello al governo sui controlli: gli 800 ispettori assunti negli ultimi anni non bastano, nelle aziende serve una presenza costante.
Perché ci riguarda
Logistica, consegne, appalti: sono settori che come FIT CISL conosciamo bene. Le storie ascoltate a Crespi ci ricordano che lo sfruttamento spesso passa inosservato persino a chi lo subisce. Riconoscerlo e contrastarlo, contratto per contratto, è il nostro lavoro.